“Più che di una persecuzione aperta ai cristiani, possiamo parlare di una persecuzione ideologica, disprezzo della Chiesa e dei valori cattolici, marginalizzazione delle istituzioni o gruppi religiosi”. Non usa mezze parole, il Cardinale Juan José Omella y Omella, arcivescovo di Barcellona e presidente della Conferenza Episcopale Spagnola.

Molti i temi affrontati dal Cardinale, in questa intervista / sondaggio fatta per il libro “Cristo Speranza dell’Europa” (Città Nuova), di cui propongo qui la redazione integrale.

Il tema dell’evangelizzazione è sempre stato centrale negli incontri dei vescovi europei, sin dagli inizi. Oggi, l’Europa ha bisogno di essere ri-evangelizzata, o ha bisogno di rafforzare la fede?

L’Europa ha bisogno di tornare alle sue radici. È urgente rafforzare la fede dei credenti in modo che manifestino una ferma adesione a Cristo e siano testimoni di speranza. Nella Chiesa di Dio pellegrina in Spagna, sia la Conferenza Episcopale che le rispettive diocesi lavorano intensamente in queste due realtà: la trasmissione della fede, attraverso l’iniziazione cristiana dei bambini e degli adolescenti; e l’accoglienza di giovani adulti battezzati però non sufficientemente evangelizzati con itinerari di ri-iniziazione cristiana. Allo stesso modo, si pone particolare attenzione al catecumenato degli adulti e quello dei bambini in età scolare, in numero ogni volta molto abbondante. Va detto che negli ultimi due decenni il catecumenato in Spagna è passato dall’essere una realtà emergente all’essere una realtà rilevante. Per quello, disponiamo di orientamenti pastorali e materiali adeguati.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontra la sua comunità ecclesiale nel suo Paese? In che modo si sta lavorando per superare queste difficoltà?

Le maggiori difficoltà nel nostro Paese sono: la crescente secolarizzazione dei nostri concittadini; la indifferenza religiosa presente anche nei battezzati; la società liquida in cui siamo immersi e i mezzi di comunicazione sociale che favoriscono tutto questo. In questa situazione, la Chiesa deve sforzarsi per un rinnovamento interno, essere lievito in mezzo alla massa, dialogare con tutti, essere in attitudine di servizio, senza dimenticare quelli che sono stati spogliati della loro dignità e vivono in una situazione di esclusione in una società che ha girato loro le spalle.

Dopo cinquanta anni di CCEE, abbiamo una Europa che respira con due polmoni, quello orientale e quello occidentale. Quali sono le sfide del dialogo tra Oriente e Occidente? Cosa hanno dato le Chiese dell’Est Europa a quelle dell’Ovest e viceversa?

La Chiesa latina, specialmente a partire dal Concilio Vaticano II, ha scoperto il tesoro dell’Oriente, e si è arricchito con la sua spiritualità, con la prospettiva teologica dei padri greci, nonché la sua liturgia e configurazione ecclesiale. Il rispetto della diversità nella unità ha presupposto tutto uno scambio di doni che ci ha portato a guadagnare tutti. Uno di questi dono è stata l’esperienza sinodale delle Chiese di Oriente, che è stata una chiamata al rinnovamento delle nostre strutture ecclesiali, inclusa la forma di concepire il Papato. Senza dubbio, uno dei grandi apporti avuti dalle Chiese dell’Est è stata la testimonianza ferma della sua fede nonostante le persecuzioni che molte di loro hanno sofferto. Anche per quello, rendiamo grazie a Dio.

Si parla spesso di una persecuzione sottile dei cristiani in Europa, ci sono molti rapporti che la mettono in luce – penso a quelli dell’Osservatorio sulle Discriminazione e le Intolleranze contro i Cristiani in Europa. Nel suo Paese, quanto si sente forte questa persecuzione? Quali sono i maggiori problemi da affrontare?

Più che di una persecuzione aperta ai cristiani, possiamo parlare di una persecuzione ideologica, disprezzo della Chiesa e dei valori cattolici, marginalizzazione delle istituzioni o gruppi religiosi, eccetera. Spesso è difficile per noi entrare in dialogo e intrecciare relazioni con persone, gruppi o partiti politici, posizionati in atteggiamenti, messaggi e azioni antireligiosi e anticattolici. Vogliamo costruire ponti e a volte ci riusciamo, ma altre volte è difficile. Tuttavia, e nonostante tutto, ciò rappresenta una sfida per la Chiesa che deve dialogare con tutti ed essere aperta al servizio di tutti.

In che modo il dialogo ecumenico può contribuire (o ha contribuito) a formare una identità europea?

L’esperienza del dialogo ecumenico tra le Chiese, la cui origine risale all’Assemblea di Edimburgo del 1908, e che si consolidò nel 1948 con la creazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese, nel secondo dopoguerra, fu segno di speranza per un’Europa che era stato devastato. La Chiesa cattolica ha aderito al movimento ecumenico dalla celebrazione del Vaticano II e si è impegnata irreversibilmente in questo compito. Tutte le Chiese hanno sperimentato un processo di purificazione della memoria, guarigione delle ferite del passato, chiarimento dei concetti per instaurare un dialogo sincero, disponibilità a riformare e cambiare, e ricerca comune della volontà del Signore alla sua Chiesa. Oggi le Chiese lavorano su progetti comuni al servizio della società e cooperano in diversi campi dell’azione sociale, fornendo non solo soluzioni “umane” ai problemi del mondo, ma anche una prospettiva cristiana nella ricerca di soluzioni. Non sarebbe giusto che la storia sradicasse le sue radici cristiane dalla configurazione dell’anima dell’Europa, né sarebbe giusto non considerare come le Chiese stanno collaborando con la realtà europea di oggi.

Quali sono oggi le priorità di evangelizzazione in Europa? E quali sono le priorità dell’evangelizzazione nel suo Paese?

Penso che le priorità dell’evangelizzazione, in Europa in generale e in Spagna in particolare, alla luce dell’Evangelii gaudium e con la testimonianza di papa Francesco, passino attraverso: a) Il rinnovamento personale dei cristiani attraverso il dono della conversione, sperimentando la bellezza della fede e diffondere la gioia del Vangelo. Tutto questo testimoniando con la nostra vita. b) Conversione pastorale: il passaggio da una Chiesa in stato di cristianesimo con pastorale di mantenimento a Chiesa in stato di evangelizzazione con pastorale di missione. Cioè una Chiesa in uscita con agenti pastorali che sono discepoli missionari. c) La riforma delle strutture: uscire dall’obsoleto e rispondere in modo creativo alle nuove esigenze ecclesiali, con attenzione al contesto sociale e culturale. In questo senso, in Spagna abbiamo una ricca tradizione cristiana per il dialogo tra fede e cultura attraverso l’abbondante patrimonio storico-artistico-religioso; la pietà popolare, così ricca tra noi, (confraternite, confraternite, pellegrinaggi, ecc.), tanto da essere realtà ecclesiali che fungono da freno alla secolarizzazione. Inoltre, la forza della Caritas nazionale, diocesana e parrocchiale per assistere i bisognosi qui, come l’organizzazione cattolica Manos Unida per provvedere ai bisogni lì. Abbiamo anche una ricca tradizione di testimonianza del Signore, dei santi e di vitalità missionaria oltre i nostri confini.

Nella Ecclesia In Europa di Giovanni Paolo II, trovo centrale l’interrogativo del Vangelo di Luca: “Il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” Cosa risponde a questo interrogativo?

Seguendo sant’Ignazio di Loyola, lavoriamo come se tutto dipendesse da noi, ma in realtà sappiamo che tutto dipende da Dio. Consapevoli che la Chiesa in Europa sta vivendo un momento di profonda crisi, non possiamo affrontare questa crisi per paura che ci porta a indietreggiare, ma nella fiducia che questi cambiamenti e questi nuovi processi siano guidati dallo stesso Spirito Santo che a Pentecoste fece che gli apostoli annunciassero con rinnovato entusiasmo la verità che ci salva, Gesù Cristo. Siamo convinti che, nella fede e dalla fede, le difficoltà diventano possibilità e queste opportunità. Dire, inoltre, che questa domanda di Gesù è spesso posta da noi vescovi, sacerdoti, consacrati e laici dediti al compito dell’evangelizzazione. Siamo convinti che Gesù è nella barca della nostra Chiesa, che è guidata dallo Spirito Santo e che noi cattolici dobbiamo mettere dalla nostra parte qualunque orientamento, mezzo e azione abbiamo nelle nostre mani. Tutto e tutti in sinodalità, comunione e corresponsabilità.

La pandemia ha mostrato, purtroppo, una tendenza a marginalizzare la fede, considerata meno essenziale di altri beni, Per mesi, le comunità sono state private della possibilità della Messa con il popolo. Come si può superare questa tendenza?

La pandemia non ha fatto altro che riflettere ciò che tutti sappiamo, ma che facciamo fatica ad affrontare: la fragilità dell’esistenza umana nella sua accezione più ampia. Allo stesso modo, ha riflettuto su come la società risponde a questo problema di fragilità e sofferenza. Molti lo hanno fatto facendo una lettura credente della realtà, e il momento della prova ha purificato e maturato la loro fede. Per altri, l’esperienza del limite li ha fatti ripensare alla loro fede e hanno riscoperto Gesù Cristo. E altri hanno vissuto quella situazione al di fuori della fede, che non è altro che un riflesso del modo in cui abitualmente vivono la loro vita. Forse ciò che è difficile per noi ammettere è che vasti settori della società vivono la loro vita in un modo estraneo alla fede, e questo è diventato evidente quando i nostri legislatori non hanno considerato la facilitazione dell’esperienza della fede come un bene essenziale. Scopriamo in essa una chiamata a svegliarsi e imparare a riproporre la fede, oa proporla per la prima volta. Siamo convinti, ed è così che l’abbiamo verificato, che la pandemia non esca lo stesso. O ne usciamo migliori o ne usciamo peggio. La Chiesa in Spagna punta su un ritorno all’incontro attraverso l’accoglienza, l’ascolto e l’accompagnamento. Sono state esperienze molto ricche grazie al servizio delle reti sociali, alla creatività di tante persone, alla dedizione generosa di tanti agenti pastorali e ai mezzi di comunicazione sociale. Ora cerchiamo e incoraggiamo la partecipazione faccia a faccia.

La marginalizzazione della fede nei dibattiti pubblici avviene anche su temi fondamentali, come i temi della vita. Quali sono le sfide che deve affrontare nella sua nazione? E come sono cambiate queste sfide nel corso degli anni?

Tempo fa in Spagna è stato legalizzato l’aborto, recentemente è in corso il dibattito sulla legge per l’eutanasia ed è in corso il dibattito sulla legge transgender, dietro la quale si cela una concezione antropologica e di vita che contraddice la concezione cristiana. Infatti, nei dibattiti sull’inizio e la fine della vita, i leader sociali non sembrano tenere conto della dimensione credente né hanno solitamente la guida della Chiesa. I leader delle varie opzioni politiche sembrano divinizzati e credono di sbarazzarsi della vita e della morte dei loro concittadini. La Chiesa offre con tutti i mezzi il messaggio del Vangelo, propone alternative creando, da un lato, corrispondenti centri di aiuto e accompagnamento e, dall’altro, collaborando con diverse istituzioni sanitarie e legali, ecc., che operano in difesa della vita . Gli orientamenti dei vescovi, sia a livello di Conferenza episcopale che di ciascuno in particolare, sono chiari, chiari, comprensibili e propositivi. Comprendiamo che la Chiesa ha attualmente la sfida di diventare un interlocutore prestigioso quando si tratta di avviare un dibattito pubblico su questi temi che riguardano l’intera società.

In un recente dibattito sull’Osservatore Romano, è stato notato come la secolarizzazione abbia prodotto una società non cristiana. Ma alcuni osservatori notano che il problema non è nelle Chiese vuote di oggi, bensì nelle Chiese piene degli anni Settanta, nel periodo della fede militante che però ha mancato di una costruzione solida. Quale è la sua analisi del problema?

Quando un edificio crolla, la polvere crea confusione e serve tempo per chiarire cosa è possibile e vedere cosa è rimasto in piedi. In Spagna hanno vissuto delle rendite di un cattolicesimo sociale non sostenuto in molti casi da un’esperienza personale di incontro con Cristo, e tutto questo è caduto. Ciò che è stato costruito sulla solida roccia che è Cristo è stato mantenuto. Stiamo vivendo una purificazione, la polvere si è posata, dobbiamo vedere cosa resta in piedi, ora è tempo di ricostruire realisticamente. In questo senso, si può dire che fin dagli anni Settanta i pastori della Chiesa in Europa si interrogano su come fare cristiano oggi. E in tempi di crisi è bene tornare ad amare per primi. Così, partendo dai primi passi della Chiesa nel mondo (At 2,42-47), dalla ricca esperienza del catecumenato e dalle circostanze sociali e culturali che ci circondano, le Chiese pellegrine nei vari Paesi cercano di donare risposta attraverso l’iniziazione cristiana o la reiniziazione, se del caso, con il catecumenato degli adulti e dei bambini. Una Chiesa che va incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo per offrire loro il meglio che portiamo nei vasi di terracotta, che non è oro o argento, ma nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore (cfr At 3 , 6).

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