Lo scorso 25 febbraio, nell’ambito del II Incontro dei Vescovi e Sindaci del Mediterraneo, l’arcivescovo Gintaras Grušas, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa, ha presentato il libro “Cristo Speranza dell’Europa”.

Ecco la sua relazione.

Eccellenze,

reverendi padri,

signori e signore,

sono lieto di poter presentare il libro “Cristo Speranza dell’Europa” durante l’Incontro tra i vescovi e i sindaci del Mediterraneo, in corso in questi giorni a Firenze. E sono particolarmente lieto di farlo nel Centro Internazionale intitolato a Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, che è anche l’ispiratore di quest’incontro, da lui preconizzato tanto tempo fa.

Se si guarda alla vita e alla storia di Giorgio La Pira, una delle parole che viene più utilizzata è quella di “profeta”. Incredibile a pensarlo oggi, lo definì profeta anche Mikhail Gorbaciov, che ne conosceva l’opera e che persino lo aveva incontrato personalmente, quando venne qui a Firenze con un gruppo di giovani dirigenti del PCUS. La storia racconta che proprio su di lui La Pira poggiò le mani, quasi come una investitura.

Fu Gorbaciov, come segretario generale del Partito Comunista, ad aprire l’era che portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e al crollo della Cortina di Ferro. E quando, nel 1989, Gorbaciov ebbe uno storico incontro con Giovanni Paolo II, citò due volte nei suoi discorsi proprio La Pira. E non era un caso.

Perché La Pia, nel 1959, fu il primo uomo politico occidentale a visitare la Russia, arrivando a chiedere al Soviet Supemo di “tagliare il ramo secco dell’ateismo di Stato”. Per Giorgio La Pira, Cristo era davvero speranza, e non solo speranza dell’Europa, ma di tutto il mondo. E, senza Cristo, niente sarebbe potuto andare avanti.

Era, questa, la stessa convinzione di Giovanni Paolo II, che iniziò il suo pontificato chiedendo di “aprire, anzi di spalancare le porte a Cristo”, e salutò la dissoluzione dell’Unione Sovietica con diversi viaggi, iniziative, discorsi e ben due sinodi sull’Europa, il secondo dei quali, alle soglie del 2000, sottolineava proprio che Cristo era speranza dell’Europa.

Quella che osservava Giovanni Paolo II era una Europa che faticava a trovare la sua identità, che doveva ricostruirsi e ricostruire la sua storia comune dopo anni in cui aveva respirato con un solo polmone, quello occidentale, perché il polmone orientale era, appunto, sotto il dominio dell’ateismo di Stato e vittima di una persecuzione costante, che la Santa Sede a volte riusciva ad alleviare, ma senza veri successi concreti.

Per questo, era necessario definire che Cristo era la speranza dell’Europa. Ma di questa speranza erano convinti i padri fondatori del Consiglio delle Conferenze Episcopali di Europa, che mi pregio di presiedere.

Espressione di una Chiesa veramente sinodale, nato da una iniziativa di un gruppo di pastori che condividevano idee e progetti durante il Concilio Vaticano II, il CCEE ha subito avuto una vocazione europea nel senso più ampio del termine. Una Europa che andava dall’Atlantico agli Urali, incurante della Cortina di Ferro e certa della potenza salvifica della fede in Gesù, che varcava confini e situazioni contingenti.

Come La Pira, anche il CCEE è stato profetico. Ha guardato ad un continente europeo indiviso, lontano dalla logica dei blocchi contrapposti, e ha così potuto essere parte della tanto agognata transizione dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Sono arcivescovo di Vilnius, in Lituania, e anche la mia è una delle nazioni che sono riemerse dopo il dominio sovietico, e si sono ricostruite, andando oltre le ferite della storia, che sono ancora fresche.

Poco più di trenta anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ci troviamo di nuovo ad affrontare una situazione di conflitto nel cuore dell’Europa. Anche la mia nazione è stata colpita dalla “guerra ibrida” dei migranti arrivati al confine dalla Bielorussia, mentre il riconoscimento delle auto-proclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk da parte della Federazione Russa e il dispiegamento di truppe in territorio ucraino rischia di risolversi in una escalation militare che metterà, ancora una volta, fratelli contro fratelli, in maniera che sembra del tutto illogica.

Il CCEE non ha compiti politici, ne potrebbe averne. I vescovi che ne fanno parte, però, sono presidenti delle loro conferenze episcopali, e hanno un compito pastorale fondamentale. Lavorano sul territorio, formano le persone alla retta vita cristiana, ma sono chiamati anche a dare strumenti di analisi.

Come insegna la storia del CCEE che troviamo in questo volume, i vescovi sono chiamati a guardare oltre la situazione contingente. La nostra Europa respira da poco tempo con due polmoni, eppure vive ancora la recrudescenza di ferite mai davvero rimarginate. È una Europa cristiana, eppure anche i leader che si proclamano cristiani non esitano a metterla a ferro e fuoco, con interessi di dominio e non di collaborazione.

C’è bisogno, oggi, di guardare alla storia dell’Europa con un sano distacco che permetta di guarire le ferite e di riportare i popoli europei a quella fraternità che loro sperimentano. La storia dell’Europa non può essere manipolata per fini politici, come troppo spesso accade. Perché questo non accada, però, è necessario che la storia sia conosciuta dal popolo, e che le popolazioni siano le prime a riconoscere l’assurdità di un conflitto e la totale ragionevolezza della fraternità.

La Chiesa Cattolica, da questo punto di vista, è uno straordinario collante che mette insieme popoli e nazioni. Faccio un esempio: fu a Vilnius che per la prima volta fu esposto il quadro della Divina Misericordia, ed è a Vilnius che si trova l’originale di quel quadro, dopo che varie vicissitudini lo avevano portato persino in Bielorussia. E Giovanni Paolo II, che era devoto della Divina Misericordia e sostava in preghiera nel monastero di Faustina Kowalska a Cracovia ogni giorno durante la Seconda Guerra Mondiale andando a lavorare alla Solvay, conosceva la storia. Tanto che uno dei suoi primi atti da pontefice fu quello di pregare nella cappella lituana, nelle grotte della Basilica di San Pietro.

Tutta l’Europa è costellata di santuari, pellegrinaggi comuni, da incroci di popoli diversi uniti dalla fede in Cristo Gesù. La necessità di una Europa riconciliata non può che partire da qui. Dalla conoscenza della propria storia e dal riconoscimento che Cristo, l’incontro con la sua persona, ha creato la struttura di questo continente e ha dato nerbo alla sua identità.

Si parla molto di cristianofobia, per definire gli atti di persecuzione contro i cristiani. Ma oggi c’è un male più profondo, in Europa: la Cristo-fobia. Si mette Cristo fuori dalla storia. Nostro compito è rimetterlo al centro della storia, per dare vita a verità e riconciliazione e permettere alle persone di vivere. Era, in fondo, quello che credeva anche Giorgio La Pira. Deve essere il nostro impegno, come lo è stato in questi cinquanta anni di storia descritti nel libro “Cristo, Speranza dell’Europa”.

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